Intitolazione della Piazzetta di Pacognano in onore ed alla memoria di Sant'Alfonso Maria de' Liguori patrono della frazione

L'Amministrazione Comunale durante la seduta della Giunta di Venerdì 8 Aprile 2016 ha proceduto all’intitolazione del largo all’incrocio di Via Pacognano e Via S. Bernardino (corrispondente all’antica “piazza” del casale) tra il Sereno Soggiorno Salesiano e Villa della Porta nella frazione di Pacognano in memoria di Sant’Alfonso Maria de Liguori, per ricordare ed onorare la sua straordinaria figura. La proposta è nata in seguito alla pubblicazione del libro“La Venerabile Chiesa della Natività di Maria e la sua Estaurita nel casale di Pacognano” scritto dalla prof. Alberta Maresca (Dirigente Scolastica Istituto Comprensivo Collina "Filippo Caulino"), da don Pasquale Vanacore (parroco di Bonea e storico vicano) e da Vincenzo Esposito Seu Margherita sulla chiesa parrocchiale di Pacognano dove sono emersi anche nuovi ed interessanti particolari circa la figura di S. Alfonso ed i suoi rapporti con quella borgata di cui è venerato come protettore e di inediti e peculiari rapporti della famiglia dè Liguori con i discendenti di Giovanbattista della Porta. La proposta si è concretizzata in una raccolta di firme che è pervenuta a don Mario Cafiero vicario Generale dell'Arcidiocesi di Sorrento-Castellammare di Stabia e parroco titolare della parrocchia di Pacognano affinché procedesse alla richiesta ufficiale presso gli organi competenti.

 

ALCUNI CENNI BIOGRAFICI

Sant'Alfonso è stato un vescovo cattolico e compositore italiano, ha fondato la Congregazione del Santissimo Redentore, è stato autore di opere letterarie, teologiche e di celebri melodie (tra cui la famosa "Tu scendi dalle Stelle"); beatificato nel 1816, fu proclamato santo da papa Gregorio XVI nel 1839 e dichiarato dottore della Chiesa (doctor zelantissimus) nel 1871 da papa Pio IX.

Nato a Napoli il 27 settembre 1696 era il primo di otto figli di Giuseppe Liguori e di Anna Maria Caterina Cavalieri. Il padre, un nobile cavaliere del seggio di Portanova, nonché ufficiale superiore della marina militare, lo affidò, sin da piccolo, a precettori di rango, tra cui il pittore Francesco Solimena che gli insegnò i rudimenti della sua arte in cui, negli anni a venire, Alfonso diede prova di abilità.

All'età di soli dodici anni s'iscrisse all'Università di Napoli e, quattro anni dopo, nel 1713 conseguì il dottorato (diritto civile e canonico dopo aver sostenuto un esame col grande filosofo e storico Giambattista Vico), cominciando ad esercitare la professione di avvocato già all'età di sedici anni. Nel 1718 ottenne la nomina a giudice del "Regio portulano" di Napoli. Frequentava la Confraternita dei dottori presso la chiesa dei Girolamini dei filippini e si assunse il compito di visitare i malati del più grande ospedale di Napoli.

Una dura sconfitta nella sua carriera professionale di legale nel 1723 fece maturare la sua ferma decisione di consacrarsi a Dio che vide l'opposizione del padre che lo voleva sposo di una lontana parente. Fu ordinato sacerdote il 17 dicembre 1726, all'età di trent'anni e, come risultato di un compromesso con il padre, sempre contrario alla sua scelta, non poté entrare nella congregazione dell'Oratorio di San Filippo Neri, divenendo sacerdote diocesano con residenza nella casa paterna. Chiamava a raccolta i fedeli più umili a cui spiegava il Vangelo con modi semplici davanti alla chiesa di Santa Teresa degli Scalzi. Le riunioni vennero inizialmente ostacolate dalle autorità civili e religiose ma, grazie alla caparbietà del sacerdote e dei fedeli, furono approvate dal cardinale Francesco Maria Pignatelli.

Nel 1732, all'età di 36 anni, lasciò definitivamente Napoli ritirandosi nuovamente a Scala (in provincia di Salerno), e poi presso l'eremo benedettino di Villa degli Schiavi a Liberi (provincia di Caserta e diocesi di Caiazzo), dove fondò la congregazione del Santissimo Redentore. La vita della nuova congregazione fu travagliata, in seguito ai diversi divieti applicati agli ordini religiosi e Alfonso Maria de' Liguori si valse della propria esperienza giuridica, scegliendo la formula della congregazione religiosa, legale nel Regno di Napoli. La congregazione venne approvata nel 1749 da papa Benedetto XIV.

I Redentoristi, con la loro predicazione improntata alla semplicità apostolica, valicarono con le loro missioni i confini del Regno giungendo sino in Italia Centrale ed in Polonia.

Negli anni successivi alla fondazione della congregazione, Alfonso si dedicò alla stesura di numerose opere ascetiche, dogmatiche, morali ed apologetiche, tra cui la Theologia moralis 1753-1755 e La pratica del confessore 1755. Fu anche compositore di molte canzoni in italiano e in napoletano, tra cui il celebre canto natalizio Tu scendi dalle stelle, scritto e musicato durante una sua missione a Nola derivato da Quanno nascette Ninno composta con testo in napoletano durante la sua permanenza a Deliceto (provincia di Foggia) nel convento della Consolazione.

Nel 1762 papa Clemente XIII lo volle contro la sua volontà vescovo della diocesi di Sant'Agata de' Goti. Durante la terribile carestia che colpì nel gennaio 1764 il Regno di Napoli, Alfonso Maria de' Liguori riuscì a limitare le sofferenze della popolazione del suo territorio. Si industriò, assieme ai governatori locali, ai sacerdoti della città e della diocesi, per accendere mutui e calmierare il prezzo del pane arrivato alle stelle, rilanciando l'economia bloccata per quasi due anni. Nel 1775 lasciò la carica vescovile per problemi di salute: soffriva infatti di una forma di artrite che gli incurvò la spina dorsale.

I suoi agiografi raccontano che mentre era vescovo, nel 1774, andò in bilocazione a Roma per assistere papa Clemente XIV che stava morendo e partecipò ai suoi funerali. I suoi confratelli a Sant'Agata de' Goti lo avrebbero visto, per due giorni consecutivi, fermo su una poltrona, immobile come una statua, mentre a Roma sarebbe stato visto intento a confortare il papa che era in agonia.

Tra il 1770 ed il 1776 tentò più volte di costituire una missione nel territorio di Martina Franca e scrisse in risposta ad alcune tesi dell'abate Magli di Martina un breve testo, Dichiarazione del sistema intorno alla regola delle azioni morali, che in seguito venne integrato nell'opera Theologia Moralis.

 Si trasferì nella casa dei Redentoristi di Nocera de' Pagani (nella parte che oggi fa parte del comune di Pagani), dove rimase fino alla morte, il 10 agosto 1787.

 

St Alphonsus Liguori.jpg

(tratto da Wikipedia.org)

 

Presenza fisica e presenza spirituale di Sant’Alfonso a Pacognano

di don Pasquale Vanacore, storico, Parroco di Bonea e Direttore Ufficio per i Beni Culturali Ecclesiastici dell'Arcidiocesi di Sorrento-Castellammare di Stabia

Una costante e tenace tradizione vuole che S. Alfonso Maria de’ Liguori sia stato a Pacognano, abbia tenuto una missione popolare e celebrato nella vecchia chiesa parrocchiale di Santa Maria di quel casale. In ossequio a questa tradizione nel giugno del 1988, nell’ambito della peregrinatio delle spoglie mortali del Santo, in occasione del bicentenario della sua morte (avvenuta a Pagani il l° agosto 1787), il borgo di Pacognano potè ospitare e venerare per circa 24 ore le sacre reliquie del più Napoletano dei Santi e del più Santo dei Napoletani. Mancano, tuttavia, fino a questo momento, precisi riferimenti documentari a sostegno di questa tradizione. Non possiamo, peraltro, ignorare che diversi fattori concorrono allo stabilirsi di una devozione popolare; non ultimo, nel caso di un santo fondatore di un ordine o congregazione religiosa, quello riconducibile all’opera dei suoi seguaci che, saprattutto attraverso la predicazione, ne propagandavano le gesta e ne diffondevano la potenza taumaturgica. Spesso accadeva che, come frutto di una missione popolare, si lasciasse in un paese anche una nuova devozione. In questa sede mi propongo di esaminare tutta una serie di testimonianze indirette che inducono a pensare, però, che quanto i buoni abitanti del villaggio si tramandano di padre in figlio, non solo non è frutto di fantasia ma è storicamente plausibile, sebbene forse non proprio nei termini precisi della voce popolare e non scientificamente dimostrabile. Innanzitutto, bisogna considerare come il territorio equense fosse realmente ben conosciuto dal Santo, il quale, su di una lettera del 1735 inviatagli da Mons. Tommaso Falcoia, vescovo di Castellammare, che lo invitava ad aprire una casa in quella città adducendo come motivazione anche la vicinanza della diocesi di Vico Equense, annotava queste testuali parole: A Vico non vi è entrata, e Castellammare è povero. Non vi è diocesi vasta. Vico è coltivato. Vi sono tante religioni. Altri luoghi migliori. Pochi soggetti.

Infatti la diocesi vicana realmente in quel periodo abbondava di preti ed aveva già, come Castellammare, tante religioni, cioè tante comunità di religiosi: i Francescani, i Teatini, i Benedettini Celestini e quelli Camaldolesi ed il monastero delle Carmelitane Teresiano di Madre Serafina di Dio. Il Padre Cesare Sportelli, che fu tra i primi e più devoti seguaci del Santo, in una sua lettera scritta da Vico Equense il 23 marzo 1741 dice che è in attesa di una visita di Alfonso e Mons. Falcoia per sollecitare le regole della congregazione. Mons. Falcoia, già appartenente alla congregazione missionaria dei Pii Operai, venne invitato a dirigere da Alfonso la nascente Congregazione dei Missionari del SS. Redentore, fondata a Scala nel 1732 con il nome del SS. Salvatore, ed era da questi stimato come uomo vecchio, esperimentato, illuminato, dotto, pratico di comunità, di missioni, di scienza e pratico ancora di cose di mondo. Fu vescovo di Castellammare dal 1730 al 1743 ed ebbe come Vicario Generale il canonico Biagio Cosentino di Vico Equense; era assai malandato in salute ed era convinto che l’aria di Vico fosse più salubre di quella di Castellamnare per cui spesso si faceva ospitare dal vescovo equense, Mons. Carlo Cosenza. I due amici vescovi morirono entrambi nel 1743 a poco più di un mese di distanza: il 20 aprile, Sabato Santo, Mons. Falcoia in concetto di santità ed il 28 maggio Mons. Cosenza, stimatissirno dai suoi diocesani. Dall’archivio alfonsiano dei Redentoristi che comprende, tra l’altro, il diario delle Sante Missioni predicate da S. Alfonso e dai suoi compagni, non si può, allo stato attuale, evincere altro. Dalle relazioni inviate a Roma da Mons. Paolino Pace, vescovo di Vico Equense dal 1773 al 1792, si apprende che egli si avvalse dei Padri Redentoristi per la missione popolare che fece tenere in tutte le parrocchie della diocesi nel 1776; dalle superstiti carte del suddetto prelato si apprende ancora che, con lettera del dicembre 1782, richiedeva al superiore della casa di Pagani, P. Giuseppe Gaetano Carbone, il Padre Vito Papa come predicatore per il quaresimale del 1783 nella sua cattedrale. Ma, a quell’epoca, S. Alfonso era già un anziano vescovo malferma in salute, a riposo dopo aver ricoperto per tredici anni (l 762-1775) la sede di S. Agata dei Goti. Una notizia inedita e sorprendente è venuta fuori, invece, dall’archivio parrocchiale di Pacognano; qualche anno fa, scorrendo le pagine del primo libro dei battezzati, al foglio 170 leggevo il seguente atto di battesimo: 

Adi 22 di novembre 1688 

Isabella Maria di Costanzofiglia del Signor D. Nicolò et della Signora D. Lucreiia di Liguero coniugi della parrocchia di S.Maria del casale di Pacognano è stata batiizzaia da me D. Gio. Battista Pane Paroclzo di detta parochia. L'ha tenuta nel fonte Ciulla Sauul Mammana Napolitana.

La nobile famiglia di Costanzo era originaria della Germania; venuta in Italia al seguito di Federico Barbarossa, si era stabilita inizialmente a Pozzuoii nel 1154 ed era diramata successivamente in Napoli. Un Alfonso di Costanzo aveva sposato Cinzia della Porta, unica figlia di Giovanbattista, il geniale scienziato napoletano di origine pacognanese che, con testamento del primo febbraio 1615, lasciò eredi i nipoti Vincenzo, Leandro, Filesio ed Eugenio di Costanzo di quanto possedeva in Napoli ed a Pacognano. Da Filesio di Costanzo era poi nato Nicolò che aveva, a sua volta, sposato la nobile napoletana Lucrezia de’ Liguori, della stessa famiglia da cui, il 27 settembre 1696 sarebbe nato il nostro S. Alfonso. Nell’albero genealogico della famiglia de’ Liguori compare anche la suddetta Lucrezia, che probabilmente era una zia di secondo grado del piccolo Alfonso Maria, cugina di suo padre, il cavaliere Giuseppe de’ Liguori. Che la famiglia di Costanzo fosse ben presente a Pacognano lo attesta anche un atto del 29 luglio dello stesso anno 1688 che registra la morte del sacerdote napoletano don Giovanni Battista di Costanzo- Nel secolo successivo il duca Francesco Maria di Costanzo vendette tutte le sue proprietà (tra cui la casa avita, oggi agriturismo Villa Chiara, che è l’autentica villa della Porta) a Tommaso De Gennaro e la famiglia si trasferì definitivamente a Napoli.Il vero motivo, dunque, di una presenza di S. Alfonso a Pacognano potrebbe essere ricercato proprio nel fatto che ein avesse dei congiunti da visitare in paese e presso cui alloggiare e non tanto nella sua dirompente attività missionaria che lo portava continuamente a girare per parrocchie e diocesi. Smarrita con il tempo la memoria della presenza della nobildonna Lucrezia de’ Liguori tra gli abitanti del casale, si è ripiegato sulla possibile venuta del Santo in occasione di una delle tante missioni popolari da lui tenute.

Caratteristica peculiare del casale di Pacognano nei confronti di Sant’Alfonso è la sua precocissima venerazione poiché già nel 1822, e quindi a sei anni dalla beatificazione, avvenuta nel settembre del 1816, egli appare effigiato ai piedi della Vergine nel quadro posto sull’altare maggiore della nuova  chiesa parrocchiale, Opera dell’ingenuo ed inedito pittore Luigi Volpe di Bonea. Precoce e diffusa anche l’usanza di imporre il nome Alfonso ai bambini del paese; nel secondo libro dei battezzati della parrocchia di Pacognano, tra il novembre del 1822 e l’agosto del 1851, sono ben 21 i bambini che ricevono come primo, secondo o terzo nome quello di Alfonso su una popolazione che, secondo lo stato d’anime redatto dal parroco don Domenico Raganati nel 1818, ammontava appena a 133 persone. Si pensi che nella confinante parrocchia di Seiano bisogna arrivare all’otto luglio del 1900 per trovare il primo bambino battezzato con il nome di Alfonso (Alfonso Maria Giuseppe De Gennaro); nella parrocchia dei Santi Ciro e Giovanni al 21 marzo 1837 (Antonio Filomeno Maria Alfonso Di Gennaro), in quella del Vescovado al 24 dicembre 1846 (Alfonso Maria Onorato Cosentino) ed in quella di Bonea al 3 novembre 1835 (Alfonso Maria Ferraro di Baldassarre). Nel Libro d’introito et esito della Estaurita del Casale di Pacognano, incominciato da giugno 1674 in avanti con nome di Giesù e Maria, al foglio 40, si riferisce della benedizione e dell’arrivo in paese nel 1828 della campanagrande chiamata MARIA ALFONSO ANTONINO. Al foglio 42 è riportato il pagamento al falegname Domenico Imperato delle basi delle nicchie di legno contenenti le statue dell’Addolorata e di S. Alfonso, fatta realizzare, quest’ultima, nel 1830 in cartapesta napoletana dal parroco Alessandro Savarese e rilevata nel 1840 nell’inventario della Santa Visita di Mons. Nicola Giuseppe Ugo. Sempre in questo libro contabile fino al 1845 si parla della sola festa della Natività di Maria Santissima, titolare della chiesa; poi si comincia a parlare anche di una festa in onore di S. Alfonso, canonizzato il 26 maggio del 1839.

Anche il canonico Gaetano Parascandolo nel suo libro Monografia del Comune di Vico Equense,edito nel 1858, cita una festa in onore di S. Alfonso a Pacognano come usanza già entrata nella tradizione e degna di nota per la sua rilevanza nel calendario festivo equense.

Concludendo questo breve excursus dobbiamo riconoscere che le testimonianze archivistiche, storiche, artistiche e devozionali sono concordi nell’attestare che realmente tra il borgo di Pacognano e Sant’Alfonso deve essere avvenuto qualcosa di straordinario non riscontrabile nei luoghi vicini e che la presenza del Santo non sia stata solamente nell’ordine spirituale ma in quello reale e fisico. Non è escluso che un giorno possano saltare fuori da qualche archivio pubblico o privato altre prove a sostegno di quanto la tradizione popolare locale afferma da sempre.

 

Aequa News Vico Equense in collaborazione di don Pasquale Vanacore, storico, Parroco di Bonea

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